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Percorsi di Resistenza a Pietralunga

Pubblichiamo due articoli scritti dalle ragazze e dai ragazzi della II settimana dei campi di volontariato “E!State Liberi 2015″ sul bene confiscato a Pietralunga, frutto di due giornate di formazione sulla scrittura collettiva e sul giornalismo partecipativo di inchiesta. Gli articoli affrontano il tema delle diverse forme di Resistenza attraverso l’analisi delle figure di Robero Saviano e Miriam Makeba.

 

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DA PIETRALUNGA A SAVIANO: L’IMPORTANZA DELLE NUOVE RESISTENZE

Trenta ragazzi, arrivati da tutta Italia per partecipare ai campi di volontariato di Li

bera, percorrono i sentieri della Resistenza umbra. Incrociano nel loro cammino la lotta del movimento partigiano e rivivono nei racconti di Matteo, giovane volontario dell’Anpi e impegnato anche in Libera, le storie della brigata San Faustino, Maria Keller, Don Marino (il Prete Bandito). Siamo a Pietralunga, comune decorato con la medaglia di bronzo al valore militare e primo in Italia ad essersi auto liberato dal regime nazifascista (maggio 1944). Un esempio di Resistenza e di riconquista della libertà derubata.

Il nemico oggi è cambiato e abbiamo ancora bisogno di resistere; anche se sotto forme diverse ci sentiamo parte di una nuova Resistenza. Dobbiamo impegnarci contro le illegalità diffuse, contro la corruzione dilagante, contro l’impoverimento delle coscienze e contro tutte le organizzazioni criminali di stampo mafioso. Dobbiamo, ad esempio, permettere a persone come Roberto Saviano di essere libere di mangiarsi un gelato, come ci ricorda Pif nella sua trasmissione Il Testimone, dedicata proprio a Saviano.

Giornalista giovanissimo, a soli ventisei anni decise di scrivere il libro che cambiò la sua vita. Nato nel 1979 a Napoli, dopo essersi laureato in Filosofia presso l’Università Federico II, intraprende a ventitré anni la carriera di giornalista ed entra a far parte del gruppo di ricercatori dell’Osservatorio sulla camorra e l’ illegalità collaborando anche con giornali come “Il Manifesto” e “Il Corriere del Mezzogiorno”. Spinto dalla curiosità e determinato a denunciare la realtà camorristica in cui si trova immerso, inizia ad indagare in prima persona frequentando gli ambienti malavitosi. Lavorando come cameriere in locali frequentati dalla camorra, raccoglie informazioni che si sente in dovere di denunciare e far conoscere alla comunità attraverso una narrazione-reportage che si trasforma poi nel libro “Gomorra”. Ottiene un successo inaspettato: esce in prima edizione con 5000 copie per arrivare poi a oltre 12 milioni vendute in tutto il mondo e tradotte in 52 paesi. Ciò nonostante, la sua fama presenta anche una faccia della medaglia particolarmente inquietante: a seguito delle intimidazioni e minacce subite, dopo aver pubblicamente denunciato a Casal di Principe gli affari del boss Francesco Sc

hiavone, è costretto a vivere sotto scorta. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente, deve lasciare la sua terra e vagare come un nomade. La parola normalità sparisce dal suo vocabolario, i suoi unici compagni di vita sono i ragazzi della scorta, è tormentato dalla solitudine per la lontananza dai familiari e dagli amici di sempre che potrebbero diventare vittime della camorra. La forza per resistere gli viene dalla forza dei suoi lettori e dai social network. Da qui inizia la sua lotta, la sua Resistenza giorno dopo giorno.

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Saviano è una persona scomoda, lo è stata dalle sue prime ricerche sulla camorra fino alla sua attuale lotta giornalistica. È una persona che resiste, la sua resistenza è maturata nel tempo. “Gomorra” nasce proprio dalla sua resistenza attiva, dall’assidua ricerca di quella verità palese agli occhi di tutti, ma di cui nessuno vuole parlare. Di quella verità nascosta per le vie di Napoli, celata dietro ai vol

ti, sepolta tra la spazzatura delle vie, impressa nei solchi che le pallottole hanno lasciato sulle vetrine dei negozi. Roberto ha avuto il coraggio di svelare questa verità, di metterla nero su bianco nelle pagine di Gomorra; una verità ricercata in terra di camorra dove ha camminato personalmente, nelle storie che gli sono state raccontate e che ha scelto di vivere sulla sua pelle. Non ha avuto paura di chiamare per nome i boss di Casal di Principe firmando la propria condanna a vivere all’ombra della sua scorta, rinunciando alla propria libertà per gridare al suo popolo gli orrori della camorra. Da quel momento la sua Resistenza è cambiata. Una Resistenza che gli permette di esistere, una Resistenza fatta di parole, di frasi e di pensieri. Una Resistenza costituita dalla scrittura: “Scrivere, non fare a meno delle mie parole, ha significato non perdermi, non darmi per vinto, non disperare” (Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, Mondadori). Scrivere è resistere, è continuare a esistere pensando al futuro; non più la lotta clandestina e militante dei partigiani, fatta con armi e con il sostegno del gruppo; è una nuova Resistenza solitaria, ma sostenuta da coloro che credono a lui e alle sue parole, una lotta che risvegli le coscienze degli italiani e che possa portarlo un giorno a poter camminare per le vie della sua città, gustando un buon gelato alla luce del sole e non più all’ombra della sua scorta.

Anna Baldisserotto, Annalisa Silvestro, Emanuele Acocella, Elena Batani, Marta Pampanin, Simona Marini, Valerio Bartolini, Susanna Garcìa Rubì, Irene Rocchesso, Sara Scavallini, Robin Di Meglio, Veronica Parducci

Campo di volontariato E!StateLiberi 2015, Pietralunga (Pg)

 

MAMA AFRICA: UNA VOCE CONTRO L’INGIUSTIZIA

“Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce” (Roberto Saviano).

Miriam Makeba, cantante sudafricana vissuta nel periodo della segregazione razziale e icona della lotta per i diritti del suo popolo, nacque nel 1932 a Johannesburg in pieno apartheid, durante il quale la minoranza bianca del territorio constringeva i neri, che erano e sono la maggioranza, a vivere sottomessi ed emarginati.

Miriam rappresenta di certo uno dei simboli più emblematici della R

esistenza contemporanea, ma è anche un esempio di come molto spesso le grandi battaglie nascano per semplice volontà di poter esprimere se stessi.

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“Non mi sento una cantante politica, non so nemmeno cosa significhi. Le persone credono che io denunci in modo consapevole i fatti del Sudafrica. Io cantavo semplicemente la mia vita. In Sudafrica abbiamo l’abitudine di cantare ciò che succede intorno a noi” affermerà infatti in un’intervista concessa al giornale britannico The Guardian.

Inizia a cantare negli anni ‘50 seguendo la sua tradizione e le sue passioni; tuttavia le sue canzoni con forte significato politico, unite al rapido successo, la portano a essere considerata una minaccia per il governo. Nel 1960 lascia il Sudafrica per recarsi in Europa e quando in seguito tenta di rientrare si vede invalidare il passaporto, con la condanna a un lungo periodo di esilio che dura 31anni, viste le tematiche dei suoi dischi, messi al bando. Ma questo invece di intimorirla la fortifica ancora di più: il suo messaggio di Resistenza si diffonde in tutto l’Occidente anche grazie all’appoggio di grandi personalità internazionali tra cui musicisti, registi, artisti impegnati come lei nella lotta sociale. Negli Stati Uniti compone in quegli anni le sue canzoni più conosciute come Pata Pata, The Click Song e Malaika. La musica di Miriam Makeba fonde Jazz e World Music; combina la musica popular con la musica etnica, caratterizzata dagli elementi melodici tradizionali di un territorio. Quest’elemento è particolarmente forte nella musica della Makeba, profondamente legata alle sue radici. Altro elemento tipico è il carattere politico dei suoi testi, un chiaro esempio di ciò si trova in canzoni come Westwind blow, dedicata ai lavoratori sudafricani uccisi dall’apartheid, dove Miriam canta: “Unify us don’t divide us/ unify mother Africa/ Unify my precious land” e in Soweto Blues che racconta la sua esperienza durante il periodo dell’apartheid: “Children were Flying bullets were dying, mothers screaming and crying (…) just a little atrocity deep in the city”.

Purtroppo il matrimonio con Stockley Carmichael, famoso esponente del movimento anti segregazione afro-americano, causa l’immediato allontanamento delle stesse case discografiche sia americane che europee che fino a quel momento avevano appoggiato la sua fama. Con la manifestazione della loro effettiva posizione gli Stati Uniti mostrano ciò che è realmente il proprio volere: non appoggiare gli ideali della cantante, ma utilizzarla per i propri interessi economici.

A tal proposito ci si rende conto di come tale situazione rappresenti un cliché nelle realtà più disparate, fra cui quella italiana, invasa dai poteri mafiosi nella quale è molto facile appoggiare la giustizia, quando non si dà il giusto peso alle conseguenze della grande responsabilità e del rischio che ci si assume.

Nel 1990 Nelson Mandela riesce a convincerla a tornare nella sua terra dove rimane fino al 1995 quando torna in Europa.

Miriam Makeba ha continuato a dimostrare la sua forza e la sua tenacia anche dopo la grande malattia diagnosticatale nel 2005, l’artrite reumatoide, che l’ha fortemente debilitata. Nonostante ciò all’ultimo concerto tenuto a Castel Volturno nel 2008, emerge anche il suo attaccamento a tutti i diritti umani. Si esibisce infatti per l’uccisione di sei ragazzi ghanesi ad opera della camorra e a sostegno dell’opera di denuncia di Roberto Saviano. Quella sera infatti nonostante le sue condizioni precarie, ha voluto onorare il suo impegno. Ha cantato fino a che un malore non l’ha fermata, portandola alla morte pochi minuti dopo il suo ricovero in ospedale, per una crisi cardiaca. Si spegne così una grande donna la cui Resistenza, nata come ribellione al razzismo e all’assolutismo nel proprio paese, è divenuta nel corso della sua vita una lotta contro ogni forma di violazione dei diritti umani da parte di chiunque, per costruire un mondo migliore e un futuro più giusto.

 

Susanna Arisio, Adele Caciolli, Serena Ferraro, Giacomo Gioffreda, Camilla Mesirca Prevede, Giulia Molari, Alexsandra Pickard, Giulietta Richard Rom, Federico Rossi, Lorenzo Saieva, Michele Scaltriti, Sofia Irene Valdris

Campo di volontariato E!StateLiberi 2015, Pietralunga (Pg)

 

 


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