
La Fuga Impossibile di Alcatraz: Il Genio Dietro il Piano del 1962
La Roccia che non perdona
Per oltre trent’anni, Alcatraz è stata sinonimo di sicurezza assoluta. Costruita su un’isola rocciosa nel cuore della Baia di San Francisco, circondata da correnti gelide e acque infestate da squali, la prigione federale era considerata a prova di evasione.
Le sue mura di cemento armato, la sorveglianza costante e l’isolamento geografico erano studiati per scoraggiare anche i detenuti più audaci. Qui finivano i criminali considerati ingestibili altrove: rapinatori seriali, mafiosi, e individui con una spiccata propensione alla fuga.
Eppure, nella notte dell’11 giugno 1962, tre uomini dimostrarono che perfino il sistema più sicuro può avere una falla. Con una combinazione di ingegno, pazienza e improvvisazione, Frank Morris e i fratelli Clarence e John Anglin riuscirono a sparire dalla “Roccia” – lasciando dietro di sé un mistero che, ancora oggi, divide esperti e appassionati.
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I protagonisti della fuga
Dietro il colpo più famoso nella storia di Alcatraz c’erano tre uomini molto diversi, ma accomunati da un obiettivo: la libertà.
- Frank Morris – 35 anni, cervello del gruppo. Aveva un quoziente intellettivo superiore alla media e un passato di rapine e fughe riuscite da altre carceri. Un uomo metodico, capace di pianificare nei minimi dettagli.
- Clarence Anglin – 31 anni, cresciuto in una famiglia di contadini in Georgia. Nuotatore esperto, aveva lavorato per anni nei cantieri navali, sviluppando manualità e resistenza fisica.
- John Anglin – 32 anni, fratello maggiore di Clarence. Anch’egli nuotatore capace, con un temperamento più prudente ma grande determinazione.
Tutti e tre erano a Alcatraz per un motivo preciso: erano considerati troppo pericolosi e inclini alla fuga per essere tenuti in carceri comuni.
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L’idea e l’osservazione iniziale
Ogni fuga inizia con un dettaglio. Per Morris e gli Anglin, quel dettaglio fu la scoperta che le griglie di ventilazione nelle celle erano fissate su muri di cemento umido e friabile, eroso dal salmastro.
Era un difetto strutturale che, con pazienza e discrezione, poteva trasformarsi in un varco verso la libertà. L’idea prese forma lentamente: scavare senza farsi notare, mascherare i lavori e costruire un percorso fino all’esterno.
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Gli strumenti del mestiere: creatività dietro le sbarre
In prigione, qualunque oggetto può diventare un attrezzo.
- Cucchiai di metallo sottratti alla mensa furono limati fino a diventare picconi improvvisati.
- Un trapano artigianale venne assemblato utilizzando il motore di un aspirapolvere recuperato di nascosto.
- I detriti venivano nascosti nei pantaloni e smaltiti durante le ore d’aria.
Per non destare sospetti, i buchi venivano coperti con cartone dipinto a imitare il colore della parete. Ai controlli di routine, le celle sembravano intatte.
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Ingannare le guardie: l’arte dell’illusione
Il problema più grande era guadagnare tempo durante la notte. Se le guardie avessero scoperto l’assenza dei detenuti prima dell’alba, il piano sarebbe crollato.
La soluzione? Teste finte da lasciare sui cuscini:
- Realizzate con sapone, carta igienica e colla.
- Rifinite con capelli veri, recuperati dal barbiere della prigione.
- Dipinte con colori naturali per imitare il tono della pelle.
Durante i giri notturni, alla luce soffusa delle torce, le guardie vedevano prigionieri addormentati e passavano oltre.
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Il percorso verso la libertà
Dietro le griglie delle celle si apriva un corridoio di servizio. Da lì, i tre raggiunsero un condotto verticale e salirono fino al tetto dell’edificio.
La fase più rischiosa era muoversi fuori dalla vista delle torri di guardia. Approfittando del buio e di una notte nebbiosa, si calarono lungo una parete posteriore fino alla riva nord dell’isola.
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La barca fatta di impermeabili
L’ostacolo finale era il più temuto: le acque gelide della baia di San Francisco, con correnti fino a 6 nodi e temperatura attorno ai 12°C. Un nuotatore medio poteva resistere non più di 20 minuti senza protezione.
Per superarlo, i fuggitivi costruirono:
- Una zattera gonfiabile con circa 50 impermeabili rubati nel tempo.
- Giubbotti salvagente dello stesso materiale.
- Sigillature a colla e cuciture a mano, utilizzando fili e morsetti reperiti nei laboratori della prigione.
Il piano era gonfiare la zattera con una pompa improvvisata e lasciarsi trasportare dalla marea verso nord.

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E poi? Il mistero
Alle prime luci del mattino del 12 giugno 1962, le guardie scoprirono l’evasione. Iniziò subito una massiccia operazione di ricerca: elicotteri, motovedette e pattuglie perlustarono la baia e la costa.
L’FBI concluse le indagini dopo 17 anni, dichiarando che i tre probabilmente erano morti: la combinazione di correnti forti, acqua gelida e assenza di avvistamenti rendeva la sopravvivenza improbabile.
Ma il caso non si chiuse mai davvero.
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Le teorie della sopravvivenza
Nel 2013, una lettera consegnata alla polizia di San Francisco riaccese il dibattito. Firmata da John Anglin, affermava:
“Siamo riusciti a fuggire quella notte, ma solo io sono ancora vivo. Ho bisogno di cure mediche e sono disposto a tornare se mi garantite aiuto.”
L’FBI non ha mai confermato l’autenticità del documento, ma test forensi sul DNA di membri della famiglia Anglin hanno suggerito possibili tracce di contatti avvenuti anni dopo la fuga.
Alcuni parenti sostengono di aver ricevuto cartoline e fotografie anonime, mentre altri giurano di aver riconosciuto i fratelli in immagini scattate in Brasile negli anni ’70.
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L’eredità culturale della fuga
La fuga del 1962 è diventata leggenda:
- Film iconico: Fuga da Alcatraz (1979) con Clint Eastwood, che riproduce fedelmente i passaggi del piano.
- Documentari e libri: decine di inchieste hanno analizzato ogni dettaglio.
- Attrazione turistica: oggi, migliaia di visitatori percorrono i corridoi della prigione cercando di immaginare come tre uomini siano riusciti a ingannare un intero sistema.
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Perché la fuga è unica nella storia
Alcatraz aveva visto altri tentativi di evasione, ma quasi tutti erano finiti in tragedia o cattura immediata. Quello del 1962 si distingue per:
- Pianificazione meticolosa.
- Uso creativo di materiali ordinari.
- Scomparsa totale dei protagonisti, senza tracce definitive.
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Il fascino eterno del mistero
Oggi, a oltre 60 anni di distanza, il caso rimane aperto nella mente di storici, criminologi e curiosi. La domanda è sempre la stessa: ce l’hanno fatta davvero?
Se sono morti, il loro coraggio (o follia) rimane un esempio di determinazione estrema.
Se sono sopravvissuti, allora hanno realizzato l’impossibile: ingannare la prigione più sicura d’America e scomparire per sempre.
Conclusione – La leggenda della Roccia
La fuga di Frank Morris e dei fratelli Anglin è molto più di una storia criminale. È un racconto di ingegno umano, resilienza e sfida all’impossibile.
Che siano finiti sul fondo della baia o in una nuova vita lontano da San Francisco, resta il fatto che in quella notte del giugno 1962, Alcatraz perse la sua aurea di invincibilità.
E finché non avremo prove certe, questo rimarrà uno dei misteri più affascinanti della storia americana.
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